Il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose col proprio nome. Si può iniziare da qui; ovvero dal nominare i vari comportamenti violenti che si mettono in atto nelle relazioni. E mentre si nominano questi atteggiamenti e comportamenti ci si i rende conto che la violenza va cercata non solo nei lividi, nelle ferite sanguinantie ma anche nelle parole, negli atteggiamenti con cui si controlla, si denigra, si svaluta, si umilia l’altro.
Altro atto rivoluzionario, come lo chiama la Paumz, è avviare un processo di destrutturazione che parte dal lasciarsi alle spalle gli stereotipi e i luoghi comuni che producono le varie forme di violenza.
Ecco che uscendo dai luoghi comuni e dagli stereotipi, vediamo che la donna maltrattata non è la donna trascurata con abiti larghi e l’occhio nero, e l’uomo malttattante non è un
mostro, ma un uomo normale cresciuto e influenzato da una cultura di privilegio maschile. La letteratura psicologica mette in evidenza come le idee socialmente condivise che dicono come dovrebbero essere e cosa esattamente dovrebbero fare un uomo e una donna, si intrecciano con le variabili personali e possono essere terreno fertile per la violenza.
Tutti possono essere maltrattanti, ma la differenza la fa la consapevolezza che orienta in un passaggio importante, che va verso la gestione dei propri comportamenti che esprimono sì il sentire, ma non sono sopraffatti da questo sentire. Come si diventa consapevoli? La strada verso questa consapevolezza è permessa dal tempo e dalla voglia di pensare a questo “sentire”. Non è una strada semplice, soprattutto in un mondo dove si cresce maschi pensando di essere immuni alle emozioni e sentimenti
sgradevoli.
“Facciamo un grande torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità…insegniamo loro ad aver paura della paura, della debolezza, della vulnerabilità. Insegniamo loro a mascherare chi sono davvero, perché devono essere uomini duri.”
E’ questo il pensiero di Chimamanda Ngozi Adichie, che sottolinea l’esigenza di cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie e ai nostri figli.
Tutta la letteratura psicologica (non solo la letteratura), sottolinea la necessità di promuovere una rivoluzione culturale, tenendo presente che “la cultura garantisce la sopravvivenza e la continuità”. Solo in questo modo si va in direzione di una prevenzione della violenza. Uso il termine prevenzione perché pensare di contrastare la violenza va oltre la protezione, e va oltre
anche al considerare la violenza come una devianza. È necessario allargare la prospettiva.
Si colloca nella prospettiva di prevenzione, quindi occuparsi degli autori di violenza. Chi si avvicina a questa sfera di lavoro, può osservare che il cammino, il percorso è impegnativo. Richiede prina di tutto il riconoscimento, o l’amplificazione da parte del professionista, di quei segnali che, talvolta passano inosservati, ma in realtà segnano l’inizio di dinamiche pericolose.
Per chi lavora con gli autori di violenza, può essere utile sapere che nella prima fase di un percorso verso consapevolezza rispetto alla violenza agita, il grado di riconoscimento dell’aver sbagliato eccedendo utilizzando una risposta violenta, è variabile e può succedere che anche se l’uomo afferma che “agire violenza è sbagliato” , questa non sia ancora autenticamente sentita. Spesso
l’uomo sente di essere provocato e porta il tema dell’aver ragione rispetto alla discussione in oggetto, sino ad arrivare a “reagire eccessivamente per un torto subito”.
Si apre successivamente una breccia in una fase successiva che poi porta verso l’esplorazione delle competenze necessarie per stare in un modo diverso in una relazione di intimità.
Si tratta di un momento delicato in cui la violenza viene letta come un coperchio che una volta tolto, scoperchia alcune fragilità.
E allora perché non darsi delle opportunità?
Perché non usare questo lavoro sulla violenza per vivere e attraversare una nuova esperienza trasformativa in cui si esplora il proprio desiderio, il proprio modo di stare nelle relazioni e come si vuole stare in queste relazioni, con l’obiettivo di cambiare la propria storia , di “uscire dal proprio destino”. In questo modo si va oltre il contrastare la violenza, si va verso una riflessione sulla
qualità delle relazioni.
Da uomo a uomo
